Ho parlato spesso ad Eva di Mišček. Gliene ho parlato a voce, attraverso le mie fotografie, nelle mie opere. Era giunto il momento che si incontrassero…

Adriana Iaconcig

Miscek, appunti di viaggio

Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, io, Adriana e i nostri rispettivi compagno e
marito, abbiamo intrapreso una gita domenicale lungo il confine italo-sloveno. Un percorso
serpenteggiante, dominato esclusivamente dal silenzio e da uno stato di malinconico
abbandono. Ricordo un ponte e una vecchia casa oramai invasa dalla vegetazione con a fianco
forse il rudere di una dogana. Eravamo a Mišček, quel luogo di cui lei mi aveva tanto
parlato. Tutte le volte che pronunciava quel nome iniziavo a canticchiare mentalmente Michelle,
ma belle, sont des mots qui vont très bien ensemble…, rievocando quella melodia che mi
aveva sempre provocato un senso di forte nostalgia. Mi faceva pensare a quello che era stato e
non c’era più. Un amore, in quel caso. Dei paesi, in quest’altro.

L’essere umano è infatti qui totalmente scomparso e vi rimane traccia, così come anche Chistopher Thompson ha recentemente documentato nel suo The New Wild – Vita nelle terre abbandonate, solamente nei borghi fantasma.

Il naturale che riacquisisce un umano che nel tempo ha preferito una vita più facile, veloce e accessibile, perdendo però, come anche Adriana sembra voler evidenziare, quella aggraziata, rispettosa ed armonica selvatichezza che persiste solo in ciò che è natura.

Natura e identità

Sia Mišček, che il progetto precedente Wide Open Windows, realizzato presso lo SMO –
Museo di paesaggi e narrazioni di San Pietro al Natisone, avevano come comune denominatore
la riflessione attorno al concetto di origine, radici e radicamento e, in particolare, il Canada. Il
Canada che è terra natia dell’artista, luogo dove è vissuta fino all’età di circa dieci anni e nel
quale, finalmente dopo 45 vi aveva fatto ritorno per la prima volta nel 2016.

Quali connotazioni identitarie ed influenze, danno i luoghi alle persone sin dalla loro giovane età?

E, in tutto questo, che ruolo ha la natura? Come ci si rapporta da piccoli, da adolescenti e da adulti ad essa? Come ci si avvicina alla solitudine e al silenzio ai quali ci mette di fronte e ai quali forse non ci abitueremo mai? Le distese di alberi, fiumi, laghi e cascate del suo stato natio ci fanno
incontrare il Sublime, quello Sturm und Drang poi sfociato delle inquietanti sequenze di Twin
Peaks, dove la natura è imponente, invasiva, melliflua. Al contempo cassa di risonanza delle
nostra tranquillità o del nostro tormento.

Happening a Casa Bront

Per l’artista questa è stata, non a caso, una doppia prova, scatenata dalle suggestioni vissute in viaggio: vivere nel bosco e addomesticare il silenzio. A Casa Bront, abitazione privata che per anni fu studio d’artista e che sorge ‘sospesa’ sul Natisone, fra i misteri e le energie dell’ipogeo celtico e del Ponte del Diavolo, non si può parlare. Si può solamente passeggiare sulla punta dei piedi scalzi, osservare, ascoltare e infine riflettere.

E le mie riflessioni, oltre al capanno di Walden, a Rilke nel suo soggiorno a Worpswede e alle inquietanti foreste di Twin Peaks, mi riportano a La parete dell’austriaca Marlen Haushofer. Un romanzo che parla di una donna che durante una gita in montagna con la famiglia e gli amici viene improvvisamente separata da essi e dal resto del mondo da una parete trasparente. L’angosciante racconto è un viaggio metaforico negli abissi della paura della solitudine che per essere superata necessita di una condizione: rimanere ingabbiati nel buio e profondità del proprio animo, lavorando con costanza e pazienza in una silente lentezza.
Nella capanna trovai anche una vecchia sveglia, rivelatasi poi molto utile. Veramente possedevo la piccola sveglia da viaggio e l’orologio da polso, ma la sveglia da viaggio mi cadde di mano poco dopo, e l’orologio da polso non segnava mai l’ora esatta.

Oggi ho solo la vecchia sveglia trovata nella capanna di caccia, ma anche quella è ferma da molto tempo. Mi regolo col sole, oppure, quando è nuvolo, col volo delle cornacchie o con altri segni. Vorrei sapere che fine ha fatto il tempo esatto degli orologi, ora che non esistono più esseri umani. Ogni tanto mi torna in mente quanta importanza avesse una volta non arrivare nemmeno con cinque minuti di ritardo. Conoscevo molte persone, le quali sembravano considerare il loro orologio come un piccolo idolo, e io del resto lo trovavo assolutamente sensato. Vivendo nella schiavitù è bene attenersi alle prescrizioni e non indisporre il padrone. Il tempo, quel tempo artificiale degli uomini, sminuzzato dal ticchettio degli orologi, non l’ho sentito volentieri e questo mi ha spesso messo in difficoltà. Non ho mai amato gli orologi, e dopo un po’ tutti quelli che
possedevo si rompevano, oppure sparivano misteriosamente. Ma il metodo col quale
distruggevo sistematicamente gli orologi, lo celavo perfino a me stessa. Oggi, naturalmente, so
come tutto ciò sia accaduto. Ho tanto tempo per riflettere, e poco a poco riuscirò a scoprire i
miei sotterfugi.

Eva Comuzzi