Entrando nella chiesa si ha una sensazione di ambiente non duro ma plasmato, dato dal rivestimento in legno di pino sbiancato e di un’atmosfera ovattata dove i corpuscoli di polvere galleggiano nell’aria bianca e luminosa: solo il gesso poteva dare quest’idea di elemento anch’esso plasmabile e non rigido, che assorbe la luce in tutta grazia, integrandosi con discrezione nella fascia perimetrale dell’aula, senza perdere nel contempo nulla del suo compito di dialogo con il fedele.
(Adriana Iaconcig)
Via Crucis
Nell’iconografia e nella ritualità cristiana la Via Crucis, detta anche Via Dolorosa, ricostruisce e commemora l’ultimo tratto del cammino percorso da Gesù durante la sua vita terrena. Un percorso duro e sofferto, verso la crocifissione sul Golgota, che da un lato contempla la dimensione del dolore, ma dall’altro, di passo in passo, si avvicina all’attuazione piena del divino disegno salvifico. Dolore e salvezza, partecipazione emotiva e spirituale sono i termini entro i quali Adriana Iaconcig ha compiuto la complessa e necessaria riflessione per affrontare l’ideazione creativa di questa Via Crucis. Lavoro arduo, perché all’esigenza di rivisitare l’iconografia del passato, salvaguardandone i passi narrativi e le relative simbologie, si affiancava la necessità di proporre quella stessa narrazione attraverso un linguaggio artistico contemporaneo. Il tutto cimentandosi per la prima volta sia con tematiche religiose sia con la tecnica dell’altorilievo, tenendo inoltre presente che il percorso narrativo Iaconcig l’avrebbe dovuto concepire entro il singolare spazio architettonico progettato dall’architetto Sandro Pittini. Uno spazio monocromo, dove il candore del legno e del marmo appare come una sorta di inno al chiarore, alla levità, alla luce. In questa direzione sono nate le formelle in gesso, che seguendo il passo dello sviluppo architettonico della chiesa mettono in scena le quattordici stazioni della Via Crucis.
Cogliendo l’idea del monocromo e la simbologia spirituale del chiarore e della luce — risolta dall’architetto con la scelta del pino di Svezia sbiancato — anche l’artista ha pensato innanzitutto al materiale da utilizzare, optando per il gesso alabastrino con il quale creare immagini candide, dove è proprio la luce, nella relazione fra pieno e vuoto, incavo e convesso, superfici lisce e superfici ruvide, a identificare le forme da leggere. Qui entra però in scena un altro aspetto, legato proprio al principio di lettura della storia narrata, di quella Via Crucis solitamente espressa per via d’immagini pittoriche ricche di dettagli narrativi e simbolici, di colori che animano le scene. La prima idea di Adriana Iaconcig è stata quella di conferire più spazio alle parole che alle immagini, nella convinzione che le parole siano esse stesse segni visivi da trattare come immagini e che, attraverso i loro contenuti, siano in grado di conferire, nella mente dell’osservatore, significativo spazio e tempo all’evocazione. Ecco allora che ogni stazione di questa Via Crucis è composta da formelle con incisa la descrizione di quella data stazione e da una formella figurativa, che essenzializza in immagine il puntuale significato della narrazione in atto. Cercando il giusto equilibrio fra la tradizione dell’iconografia religiosa, fondata su una rappresentazione di forme e figure riconoscibili, e la necessità di operare per via d’astrazione, Iaconcig ha alternato formelle più descrittive ad altre assolutamente minimaliste, dove la figura e il racconto sono evocati da meri segni simbolici.
Mai appare, nelle scritte ad altorilievo, il nome di ‘Gesù, al quale l’artista dedica l’immagine, come accade sin dalla I stazione, dove Iaconcig scrive Condannato a morte e incentra l’idea della condanna con l’immagine delle mani legate. Mani aperte, però, e con il palmo rivolto al cielo, che mettono in scena l’accettazione del dolore e indicano la via salvifica.
Nella II stazione Gesù è Caricato della croce e non appare né di fronte né di lato, bensì di schiena, con la croce che sembra quasi infossata, a fare un corpo unico con le spalle e con il collo. Non vi è volto a svelare sentimenti ma solo, e ancora, l’accettazione di una pena, di un peso che, simboleggiato dalla fisicità della croce, l’artista amplifica nell’adesione di quest’immagine al corpo di Gesù. Nella III stazione Cade sotto la croce e qui il corpo scompare perché l’adesione precedentemente messa in scena tra corporeità e croce lignea conferisce ora il sopravvento all’oggetto che simbolizza il dolore: la croce riversa, ingigantita nell’immagine tanto da apparire solo in parte, per lasciare all’osservatore l’immaginazione della sua totalità, così come del corpo sottostante. Gesù Incontra la madre nella IV stazione, che si eleva anche a stazione votiva alla Madonna, raffigurata con il velo svolazzante che richiama la sua veste azzurra. Anche qui non compare la figura di Gesù, ma il riquadro sul frammento ‘con’ del vocabolo ‘incontra’, atto a sottolineare l’insieme madre- figlio, evoca ancora la sua presenza. All’insegna di questo incontro, dilatato concettualmente anche nella simbiosi tra uomo e natura e sempre all’insegna delle simbologie, in questa stazione le formelle con le scritte iniziano ad animarsi di segni, in tal caso ravvisabili nella presenza di rose e spighe di grano, ottenute dall’impronta di questi reali frammenti di natura, che riaffermano la concreta corporeità dell’immagine.
Nella V stazione Il Cireneo porta la croce. L’aiuto a Gesù viene simboleggiato da due mani forti che stringono la croce, mentre il peso della fatica appare nel lungo solco che segue la scritta e smuove il terreno. Una fatica che poi, questa volta sì, compare nell’effige di Gesù, rappresentato frontalmente, nella dichiarazione della sua centralità quando, nella VI stazione, si narra che Veronica asciuga il volto di Gesù. In un crescendo di pàthos s’intensificano i segni simbolici sulle formelle scritte che, nella VII stazione, dove si legge Cade la seconda volta, segnano il passo delle battute del legno della croce, rappresentata due volte nell’immagine, sempre alludendo al corpo sottomesso ma non effigiato.
Nell’VIII stazione Gesù Incontra le donne e qui l’immagine femminile non è più quella della Madonna con il velo ma di un volto che anela alla terrena quotidianità contemporanea, essenzializzata in chiave antropologica nella simbologia dell’acqua quale elemento femmineo per antonomasia, come si ravvisa nei segni del ritmo ondoso fra le lettere della scritta. Ancora battute del legno alla IX stazione quando Gesù Cade la terza volta e l’immagine della croce si accavalla per tre volte.
Spogliato delle vesti, nella X stazione la sua effige ricompare, con la forza di un corpo dal cranio sezionato, quasi a voler simboleggiare la brutalità dello strappo delle vesti, ma anche dell’animo. Il pathos cresce ancora, per incentrarsi nella struggente mano aperta alla violenza del chiodo, non conficcato ma solo appoggiato. Accade nell’XI stazione dove, Inchiodato sulla croce, di Gesù Adriana Iaconcig non visualizza il suo essere trafitto, bensì l’atto di accogliere il dolore. Da questa stazione le formelle delle scritte non presentano più alcun segno, appaiono pulite e astratte nel silenzio della morte.
Muore sulla croce, c’è scritto nella XII stazione, e qui il silenzio della morte riconferma l’assenza del corpo e solo innanzi a questa scomparsa i chiodi appaiono conficcati, con tutta la forza del dolore di quel corpo già assente nelle cadute delle croci, ma sempre presente nell’intensità del pathos. Un corpo che sta sotto: sotto la simbologia della sofferenza, sotto la croce, così come sotto il lenzuolo della XIII stazione, dove viene Deposto dalla croce e dove il vocabolo ‘deposto’ appare infossato in un riquadro che suggerisce il senso fisico del sepolcro, allo stesso modo in cui l’immagine del lenzuolo, ottenuto con un tessuto intriso nel gesso e applicato sulla formella, nella sua tangibile articolazione suggerisce la corporeità della figura assente.
Deposto nel sepolcro, alla XIV stazione Gesù non appare nell’immagine frontale della morte. Appoggiato di lato, come fosse in un letto, sembra dormiente, in attesa del risveglio. Di stazione in stazione, lungo lo scorrere delle simbologie segniche che animano le formelle delle scritte e che nelle immagini si condensano per via di astrazioni, operate nella relazione fra comparsa e scomparsa dell’effige di Gesù, Adriana Iaconcig ci racconta la Via Crucis tessendo il filo salvifico di quel risveglio che, rappresentato dalla Resurrezione, l’artista sembra voler calare anche nella quotidianità dell’esistenza terrena.
Sabrina Zannier
Tratto da Testo critico




